Epigenetica e ambiente, nuovi filoni di ricerca

08

Settembre 2015

Studi dimostrano che la prevenzione e la prognosi di alcune malattie reumatiche sono influenzate dalle condizioni ambientali e dallo stile di vita

Anche le condizioni ambientali e lo stile di vita hanno un’importanza fondamentale nel peggioramento di alcune malattie reumatiche così come nella loro prevenzione. Lo dimostrano gli studi presentati al XVI Congresso Annuale della Lega Europea contro le Malattie Reumatiche (Eular 2015) che si è svolto a Roma.

Fra questi, lo studio presentato da Proton Rahman, della Facoltà di Medicina della Memorial University of Newfoundland in Canada, mette in luce come i fattori epigenetici (fattori che controllano l’espressione genica) possono influenzare la progressione radiografica del danno causato dalla spondilite anchilosante. In particolare i ricercatori hanno evidenziato alcune cause ambientali scatenanti come il fumo di sigaretta che possono indurre variazioni epigenetiche capaci di contribuire ad accelerare il danno causato dalla malattia.

Maurizio Cutolo dell’Università di Genova ha sottolineato il complesso ruolo dell’infiammazione cronica nello sviluppo di tumori, spiegando che quando il processo infiammatorio acuto diventa cronico, fattori concomitanti possono indurre una trasformazione neoplastica delle cellule nei tessuti circostanti: le perturbazioni epigenetiche unite a cambiamenti metabolici degli ormoni steroidei sono legate strettamente al rischio e alla gravità di numerose patologie reumatiche infiammatorie croniche, così come allo sviluppo di tumori. Nondimeno, anche gli estrogeni sembrano avere un ruolo nel peggioramento della malattia, pertanto la loro assunzione in forma di contraccettivi orali o nel trattamento dell’infertilità dovrebbe essere evitata nei pazienti con malattie croniche autoimmuni al fine di ridurre il rischio di potenziare la risposta immunitaria e di stimolare la cancerogenesi. In proposito la professoressa Caroline Ospelt dell’Ospedale Universitario di Zurigo (Svizzera), ha chiarito il ruolo delle vie epigenetiche nel cancro e nell’infiammazione cronica, indicando i cambiamenti epigenetici che possono diventare biomarcatori per le malattie reumatiche, come particolari cambiamenti nell’espressione del microRNA o loci genici demetilati. Risulta pertanto utile traslare metodi e procedure dal campo oncologico (molto più avanzato nell’utilizzo dei biomarcatori) a quello reumatologico per verificare quale biomarcatore può meglio predire la gravità del disturbo e la risposta terapeutica del paziente. Infine, il gruppo di ricerca di Silvano Adami, direttore della Cattedra e Scuola di Specializzazione in Reumatologia, direttore UOC di Reumatologia, Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona ha evidenziato l’importanza di una diagnosi precoce delle malattie reumatiche, in particolare dell’artrite idiopatica giovanile, che risulta fonte di stress psicologico non solo per il piccolo paziente ma anche per i genitori: in uno studio condotto su 25 genitori è risultato che il 20% sono stati colpiti da stress, il 36% reagivano con una attitudine di difesa e negazione dello stress, il 16% avevano difficili rapporti con i loro figli; i ricercatori consigliano pertanto un trattamento multidisciplinare che coinvolga nella cura tanto i reumatologi quanto i pediatri e gli psicologi per fare fronte a 360 gradi anche agli aspetti psicologici della malattia. La risposta al “biologico” si predice grazie agli autoanticorpi anticitrullina Capire come trattare ogni singolo paziente con artrite reumatoide (Ar), come individuare i pazienti con una forma più aggressiva di malattia e, quindi, utilizzare il farmaco più indicato per ogni malato. Sono le esigenze espresse dai clinici a cui gli sforzi della ricerca in reumatologia stanno dando nuove risposte. Come evidenziato da Michael H. Schiff, Department of Rheumatology, University of Colorado in una delle sessioni tenutasi sotto il tetto dell’Eular, “nell’Ar possiamo oggi utilizzare efficacemente dei predittori di gravità della malattia e di risposta e/o di tossicità ai farmaci. Gli anticorpi anticitrullina (Acpa), in particolare, sono un biomarker utile sia per la diagnosi di Ar, sia per la prognosi, perché rappresentano un elemento in grado di identificare le forme di malattia più rapidamente progressive. Sono quindi molto utili per identifi care i casi da trattare in maniera più aggressiva fin dall’inizio. Tuttavia la loro rilevanza non si limita alla determinazione di positività o negatività ma anche del titolo anticorpale, dato che titoli più elevati si associano a una progressione di malattia nettamente maggiore”. Stando ai criteri dell’American College of Rheumatology (Acr), la prognosi si definisce negativa in caso di limitazione funzionale, presenza di malattia a livello extra-articolare, di positività a fattore reumatoide (FR)e Acpa ed erosioni ossee alla radiografi a. Secondo Jacques-Eric Gottenberg, Department of Rheumatology, Strasbourg University, Hospital (Francia), esistono diversi fattori prognostici di risposta ai trattamenti, in special modo ai biologici, da tenere in considerazione, che corrispondono a caratteristiche dei pazienti al basale. Queste caratteristiche – prosegue Gottenberg – includono le comorbidità, la durata della malattia, il numero e il tipo di terapie biologiche pregresse e terapie concomitanti con DMARDs di sintesi, l’attività della malattia e la positività agli ACPA”. La presenza di ACPA rappresenta dunque un biomarker di estrema utilità per il clinico poiché fornisce informazioni riguardo quali pazienti avranno la possibilità di sviluppare forme persistenti e forme erosive.

Fonte: AboutPharma and Medical Devices settembre 2015

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