Artrite Reumatoide: per i nuovi trattamenti si scommette sulle “microvescicole”

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Dicembre 2015

Sono piccolissime particelle che vengono liberate dalle cellule e che sono in grado di penetrare la cartilagine. Potrebbero diventare il mezzo di trasporto dei nuovi farmaci

di Cristina Gaviraghi – 16 Dicembre 2015 11:31

Di artrite, artrite reumatoide o patologie affini non si guarisce. Si può controllare la malattia e alleviarne i sintomi, sperando che basti a contenere la disabilità che ne può derivare. I corticosteroidi e i più nuovi farmaci biologici migliorano la qualità di vita dei malati, ma c’è molta variabilità tra i pazienti e cresce sempre di più il bisogno di avere a disposizione terapie più innovative.

Sulla rivista Science Translational Medicine è stata descritta una di queste potenziali nuove cure. Si tratta di una tecnica messa a punto alla Queen Mary University di Londra grazie al contributo di un farmacologo italiano, Mauro Perretti, che si basa sullo sfruttamento di alcune piccolissime strutture presenti a livello cellulare dette microvescicole.

Questi elementi subcellulari, dal diametro inferiore a 1 micrometro (1 millesimo di millimetro), vengono liberati in gran quantità dalle cellule e trasportano al loro interno, racchiuso da membrana, diverse molecole come lipidi e proteine. Ciò che ha notato l’equipe di Perretti è che queste microvescicole, rilasciate da cellule del sangue dette neutrofili, si accumulano a livello delle articolazioni di chi soffre di artrite reumatoide e hanno la capacità di penetrare all’interno della cartilagine, conferendo a essa un certa protezione dal deterioramento.

E proprio quest’ultima proprietà potrebbe tornare utile a scopo terapeutico in tutte quelle patologie che prevedono un danno articolare cartilagineo.

Si pensava che la cartilagine fosse impenetrabile a cellule e ad altre piccole strutture e questo costituiva un limite nel disegnare terapie efficaci contro l’artrite. Con sorpresa abbiamo però rinvenuto nelle microvescicole, rilasciate dai neutrofili, un possibile strumento terapeutico capace di viaggiare attraverso la cartilagine stessa, spiega Perretti

I ricercatori hanno condotto esperimenti su topi geneticamente modificati per produrre una limitata quantità di queste strutture subcellulari e con lesioni alla cartilagine prodotte da artrite infiammatoria. Questi animali, se trattati con iniezioni intra-articolari di microvescicole, presentavano una riduzione del danno cartilagineo, effetto che Perretti e colleghi hanno riscontrato anche in colture cellulari umane.

Alla base di questo processo ci sarebbe l’interazione tra una proteina contenuta nelle microvescicole, l’annexina A1, con proprietà antinfiammatorie, con il suo recettore FPR2/ALX. Il legame tra le due molecole favorirebbe la penetrazione delle vescicole nella cartilagine e la produzione, da parte delle cellule di tale tessuto, di un fattore di crescita in grado di proteggerne l’integrità e stimolarne la rigenerazione.

Le microvescicole sembrano dunque una risorsa già presente nel paziente per difenderlo dalla degenerazione cartilaginea. In chi soffre di artrite reumatoide e di altre patologie di natura artritica, questo meccanismo di protezione non sarebbe però sufficiente a contrastare l’infiammazione.

Pensiamo che si potrebbero trattare i pazienti con le loro microvescicole, arricchendone la presenza a livello delle articolazioni colpite dalla malattia e magari rendendole ancora più efficaci con l’aggiunta di altri agenti terapeutici che potrebbero così penetrare nel tessuto cartilagineo, senza causare gli effetti collaterali tipici dei farmaci tradizionali, conclude il farmacologo italiano.

Una buona prospettiva che avrà bisogno, però, di altri studi per essere messa a punto e verificata clinicamente nell’uomo.

Fonte: http://www.healthdesk.it

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