Spondilite anchilosante: confermata l’efficacia del farmaco secukinumab

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Gennaio 2016

I risultati degli studi clinici su “secukinumab”, pubblicati sul New England Journal of Medicine, attestano l’efficacia nel trattamento della spondilite anchilosante, malattia reumatica che colpisce prevalentemente la colonna vertebrale

12 gennaio 2016 – L’inibitore dell’IL-17° noto come secukinumab risulta più efficace del placebo dopo 16 settimane e la sua efficacia viene mantenuta per almeno 52 settimane, nel pazienti con spondilite anchilosante. Questo dato deriva dagli studi di fase 3 MEASURE e MEASURE2, che hanno coinvolto complessivamente circa 500 pazienti, in base ai quali la dose di mantenimento efficace per la spondilite anchilosante sarebbe di 150,g/kg al mese per via sottocutanea.

Secondo il prof. Dominique Baeten dell’Università di Amsterdam, uno degli autori, questi risultati suggeriscono che l’IL-17A svolga un ruolo nella patogenesi della spondilite anchilosante e convalidano l’inibizione di questa citochina come potenziale approccio terapeutico. Il secukinumab è stato approvato negli USA per il trattamento della psoriasi a placche. Il precedente trattamento con un anti-TNF non interferisce con la risposta al secukinumab e, pertanto, esso è efficace a prescindere dall’anamnesi terapeutica del paziente. Rimane comunque da accertare se questo agente risulti realmente superiore alla terapia anti-TNF in termini di efficacia, sicurezza o costi terapeutici.

Nella spondilite anchilosante, comunque, la patogenesi rimane in larga parte sconosciuta. E’ noto che la malattia sia associata all’HLA-B27, ma i meccanismi alla base di questa associazione non sono ancora ben noti. Oggi sono noti molti altri geni associati alla spondilite anchilosante e molti di essi si trovano nella cascata IL-23/IL-17. Molti medici di base però ignorano questa malattia nei pazienti che soffrono di dolore lombare. Secondo alcuni studi recenti, anche nei casi in cui si giunge alla diagnosi, solo di rado il paziente viene indirizzato all’attenzione di un reumatologo, il che si traduce nella perdita di un’opportunità terapeutica data la disponibilità di trattamenti efficaci. (N Engl J Med. 2015; 373: 2534-48)

Fonte: http://www.popsci.it

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