Innovazione organizzativa in Sanità

06

Giugno 2019

Serena Mingolla intervista Erika Mallarini, Professore di Government, Health and Not for Profit- SDA Bocconi.

Le scelte organizzative in Sanità, pubblica o privata che sia, condizionano la fiducia e le scelte del cittadino utente. Ne parliamo con una esperta.

Già nel 2004 parlava di “Fiducia in sanità” (titolo di un suo libro). Oggi, a distanza di 15 anni, ce n’è di più o di meno?

È abbastanza stabile, in controtendenza rispetto al trust index complessivo nel nostro Paese che solo nell’ultimo anno è sceso dell’1,4%. In generale cresce la fiducia nella sanità privata che incontra il favore del 56% degli italiani, superando la pubblica che si è ridotta al 41%.

Su cosa si basa il “trust building”, cioè la costruzione della fiducia tra le aziende sanitarie e il cittadino?

La fiducia può essere di tre tipi: valoriale, relazionale o razionale.
La valoriale è legata a concetti quali la trasparenza, la giustizia procedurale, l’assenza di comportamenti opportunistici, l’inclusione. Ovviamente parliamo di valutazioni legate a percezioni e, spesso parlando di valori, preconcetti. Allora il privato può essere vissuto come “non inclusivo” perché riservato “ai ricchi”, o opportunista perché “usa la malattia per fare profitti”. Il pubblico da parte è percepito come poco trasparente, se non addirittura corrotto, e con procedure discriminanti a seconda della tipologia di paziente.
La relazionale è quella che prevalentemente dipende dalla relazione individuale con i singoli professionisti. Tutto dipende dalla loro disponibilità.
E infine c’è la razionale, che di razionale in realtà ha ben poco. Data l’asimmetria informativa tipica del settore, il paziente valuta delle proxi: la tecnologia che vede, quindi in genere non sanitaria, il “Brand” dell’azienda o del professionista, l’efficienza in termini di tempestività nell’erogazione del servizio, gli elementi strutturali come ad esempio la modernità negli arredi.
Insomma, sono pochi i fattori realmente legati a competenza e efficacia delle cure. Questo spiega il basso livello di fiducia che non corrisponde affatto all’eccellente posizionamento della sanità italiana giudicata tra le migliori: al quarto posto nel Mondo.

Se avesse mai bisogno di cure, sceglierebbe il Pubblico o il Privato? Il nord o il sud?

Siamo fortunati. Abbiamo ottime strutture sia al nord, sia al sud; sia pubbliche sia private. Non è una non risposta. Il mio ginecologo è a Palermo, il mio oculista a Milano; per le visite dermatologiche vado al Centro Medico Sant’Agostino, che è privato e nemmeno accreditato, per l’asma scelgo San Paolo che è pubblico.

L’organizzazione del SSN per Regioni funziona o sarebbe meglio centralizzare nuovamente?

Sono una voce fuori dal coro. Io sono per una sanità che conosce e risponde alle esigenze del territorio. Quindi regionale. E credo profondamente all’autonomia delle ASL.

Quali sono le innovazioni organizzative che in questi anni hanno funzionato davvero?

Il Piano Regionale della Cronicità della Regione Lombardia. Mette davvero il paziente al centro con un unico punto di riferimento che lo prende in carica – il gestore che è un’azienda (pubblica o privata accreditata), e che a differenza di un singolo professionista, riesce a rispondere alle esigenze dello specifico bisogno.

Quali sono invece le innovazioni organizzative di cui c’è ancora bisogno?

Se ci sarà una concreta progettazione regionale del Piano Nazionale della Cronicità direi che saranno poche le innovazioni di cui avremo bisogno a livello organizzativo. Poi c’è il tema digitale che porterà, anzi già sta portando, a una vera rivoluzione. Intelligenza artificiale e wearable risolveranno le criticità dei percorsi diagnostico terapeutici. La criticità starà solo nella resistenza dei professionisti (noi tutti) a seguire il futuro.

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