TECNOLOGIE IN AMBITO SANITARIO

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Ottobre 2019

Serena Mingolla intervista Eugenio Santoro, responsabile del Laboratorio di Informatica Medica Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri.

Dott. Santoro, ci fa una panoramica sulle nuove tecnologie in ambito sanitario?

Le meno recenti, ma anche quelle su cui esiste maggiore sperimentazione e un minimo di letteratura rispetto al loro impatto sulla salute, sono le applicazioni che permettono la gestione di una patologia cronica. Mi riferisco a quelle applicazioni che hanno come obiettivo la modifica degli stili di vita e agiscono, per esempio, sull’alimentazione, come quelle che permettono ai pazienti diabetici di gestire meglio la patologica e ridurre i valori di emoglobina glicata; altre hanno a che fare con la terapia comportamentale: sono utilizzate su pazienti a rischio di malattie croniche, come le malattie cardiovascolari, e agiscono sempre sugli stili di vita, o in ambito psicologico e psichiatrico. Alcune dimostrazioni promettenti esistono in riabilitazione: ci sono applicazioni che sono efficaci nel consentire, attraverso strumenti di realtà virtuale o con la telemedicina, l’esecuzione di esercizi fisici riabilitativi. Si è visto che i pazienti che le utilizzano recuperano più velocemente rispetto ai pazienti che utilizzano solo la riabilitazione tradizionale. C’è un forte interesse anche verso la tecnologia
indossabile: pensiamo all’I-Watch serie 4, certificato dalla americana Food and Drug Administration lo scorso autunno come dispositivo medico. Sulla base di studi clinici che Apple ha fatto in collaborazione con Università americane è stato dimostrato che gli strumenti software disponibili per l’elettrocardiogramma che consentono di individuare la fibrillazione atriale funzionano tanto quanto altri dispositivi abitualmente utilizzati per lo stesso esame. C’è poi l’area dell’intelligenza artificiale che ha notevoli ripercussioni in ambito sanitario, con la possibilità di fare diagnosi, identificare i percorsi terapeutici più appropriati, fornire supporti informativi anche all’utente finale attraverso assistenti virtuali. Alcuni di questi sistemi sono già utilizzati in Europa o sono in fase di testing per verificare la loro possibile introduzione in un percorso assistenziale.

Cosa sono le terapie digitali e a cosa potranno servire?

Le terapie digitali sono una serie di strumenti che come le terapie farmacologiche tradizionali sono studiate, regolamentate e dimostrano un effetto sulla salute dei pazienti, sulla prevenzione o gestione della loro patologia. Presumibilmente, un giorno potranno essere non solo prescritte dal medico ma anche rimborsate dal Sistema Sanitario che ne avrà certificato l’importanza come succede con i farmaci.

Ci può fare un esempio?

In Italia ancora non sono disponibili, mentre negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration ha certificato diverse terapie digitali: la già citata applicazione che permette ai pazienti diabetici di modificare il proprio stile di vita con riduzione dell’emoglobina glicata; una terapia digitale che si basa sui videogiochi e che permette di riconoscere e gestire patologie come l’autismo nei bambini; terapie per i disturbi della personalità; una terapia che è una combinazione di farmaco tradizionale e software condensati in un inalatore intelligente che permette alle persone che soffrono di asma di misurare esattamente la dose di farmaco che stanno inalando e la corrispondenza con la terapia che è stata loro prescritta.

Nonostante le aspettative molte APP si sono dimostrate fallimentari.

Questo accade perché non è sufficiente produrre uno strumento tecnologico, occorre effettuare studi clinici che vadano a misurare l’impatto delle tecnologie attraverso quelli che si chiamano esiti di salute: valutazione del rischio, aumento della mortalità, riduzione del peso, maggiore identificazione della patologia rispetto agli strumenti abitualmente usati, comparazione del livello di affidabilità. Oggi, finalmente, ci si sta allontanando da quell’approccio che si concentra solo sull’uso dello strumento per verificare anche i vantaggi dal punto di vista clinico. Occorre fare molta più ricerca clinica: chi produce deve acquisire prima tutte le prove necessarie e a quel punto iniziare un percorso con le Istituzioni. Solo così questi strumenti potranno essere presi seriamente in considerazione.

Qualche consiglio pratico per il cittadino che volesse scaricare una APP utile?

Ci sono una serie di accorgimenti che permettono di buttare via ciò che non è assolutamente utile. Innanzitutto, occorre verificare la data di sviluppo dell’applicazione e quando è stata aggiornata: diffidare da quelle che non sono mai aggiornate. In generale, diffidare anche delle applicazioni che non hanno alle spalle una Società scientifica: una applicazione su due in ambito sanitario viene realizzata da uno staff che non ha competenze mediche, per questo la presenza di una Società scientifica rappresenta una garanzia che vengano seguite le linee guida riconosciute e condivise a livello nazionale o internazionale nella gestione di una specifica patologia oltreché le evidenze scientifiche. Ancora meglio se le APP riportano anche riferimenti ad articoli scientifici che ne hanno dimostrato l’efficacia. Non bisogna invece basarsi sul numero degli scaricamenti perché non è un dato che ne garantisce la reale efficacia.

Di recente è stato raccontato dalla cronaca il caso del robot che in California ha brutalmente detto al paziente che da lì a poco sarebbe morto. A suo avviso, l’umanizzazione deve crescere di pari passo con la tecnologia?

Non ci si può aspettare che la tecnologia diventi umana. Il medico è il depositario della componente umana e a lui sta il compito di utilizzare le sue conoscenze e le sue competenze, ma anche di sintetizzare e utilizzare il linguaggio più adatto e opportuno con cui interagire con i pazienti.

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