Morfologie n°36 – Seconda ondata: il ruolo della Telemedicina

Morfologie n°36 – Seconda ondata: il ruolo della Telemedicina

Serena Mingolla intervista Francesco Gabbrielli, Direttore del Centro Nazionale per la Telemedicina e le Nuove Tecnologie Assistenziali dell’Istituto Superiore di Sanità

Ormai è chiaro che stiamo vivendo la seconda ondata della pandemia da COVID-19. Direttore, la telemedicina può fare la differenza e alleggerire la pressione sul Sistema Sanitario Nazionale, almeno per la gestione di alcune patologie. Siamo pronti?

Ci sono due aspetti che bisogna considerare per misurare il livello di prontezza del Paese rispetto all’utilizzo della telemedicina: quello tecnologico e quello organizzativo. Già da alcuni anni la tecnologia è in grado di fare tantissime cose e non rappresenta sicuramente un limite. Organizzativamente abbiamo maggiori difficoltà: la telemedicina costringe a rivedere i processi di lavoro e, in alcuni casi, le procedure mediche consolidate da moltissimi anni. È faticoso quindi, per le organizzazioni, rimettere in discussione processi consolidati di lavoro, e purtroppo, non è possibile utilizzare sistemi di telemedicina pensando di lavorare come si faceva prima, perché altrimenti non si sfrutterebbero opportunamente le risorse messe a disposizione da questi sistemi digitali.

La prima ondata ha comunque permesso un importante balzo in avanti. È così?

Questo è verissimo. Faccio un esempio importante: prima del COVID-19 non si poteva fare la prescrizione digitale di un farmaco. Il medico utilizzava il sistema nazionale online per fare la prescrizione ma poi, alla fine, doveva stampare la ricetta su carta bianca e utilizzare il paziente come “postino”. Era praticamente inutile utilizzare il sistema online nonostante avessimo la tecnologia per evitare questi passaggi in più. Con l’emergenza
da COVID-19, la Protezione Civile ha emanato un decreto con il quale è stata avviata la ricetta elettronica senza il promemoria cartaceo, cioè è stato possibile inviare un codice numerico via sms al paziente con il quale è in grado di andare in farmacia a ritirare il farmaco. Basterebbe pochissimo per fare un altro passo in avanti e trasmettere il codice direttamente al farmacista che, volendo, potrebbe anche consegnare il farmaco al domicilio del paziente.

Alcune Regioni hanno sicuramente avviato delle buone pratiche, penso per esempio alla Puglia e alla Toscana. Da cosa dipende questo sviluppo a macchia di leopardo che non consente un accesso equo a questi servizi di telemedicina su tutto il territorio nazionale?

Durante la prima ondata della pandemia i servizi che si sono potuti erogare usando sistemi di telemedicina, anche quelli che hanno preso a modello di riferimento i documenti di indirizzo dell’Istituto Superiore di Sanità, sono stati sviluppati solamente in quelle Regioni che avevano già precedentemente sperimentato questi processi. Le Regioni che non avevano fatto esperienze di telemedicina hanno avuto più difficoltà, dimostrando anche come questi sistemi abbiano bisogno di una fase di rodaggio di non poco conto. Ci aspettiamo che con questa seconda ondata vada meglio, specialmente laddove si tratterà non di avviare nuovi servizi, ma di consolidare sistemi e procedure.

Possiamo quindi almeno dire che non siamo al punto in cui eravamo ad inizio pandemia?

Non siamo allo stesso punto, abbiamo sicuramente fatto dei passi in avanti che ancora non sono visibili nella realtà di tutti i giorni perché hanno richiesto del tempo. Durante la prima fase molti medici hanno improvvisato con i loro mezzi dei sistemi per poter contattare i loro pazienti a distanza perché non potevano visitarli personalmente e hanno cercato di sopperire alle difficoltà che il momento presentava. Questi sistemi, basati quasi sempre sull’uso della videochiamata e poco più, sono stati fondamentali e dobbiamo essere grati alle persone che li hanno adoperati perché, in molti casi, hanno risolto dei problemi anche complessi, ma è ovvio che non possono essere considerati utili alla crescita della telemedicina come sistema. Per questo, già ad aprile, l’Istituto Superiore di Sanità ha pubblicato il Rapporto [1] ISS COVID-19 che ha fornito indicazioni e supporto alla realizzazione di servizi in telemedicina durante l’emergenza, individuando problematiche operative e proponendo soluzioni, sostenute dalle evidenze, impiegabili in modo semplice nella pratica. Le indicazioni possono essere usate in varia combinazione per erogare servizi sanitari e supporto psicologico, allo scopo di sorvegliare proattivamente le condizioni di salute di persone in quarantena, in isolamento o dopo dimissione dall’ospedale, oppure isolate a domicilio dalle norme di distanziamento sociale, ma bisognose di continuità assistenziale, pur non essendo contagiate da COVID-19. Laddove le indicazioni contenute nel citato documento di indirizzo sono
state applicate, hanno funzionato fornendo un servizio che altrimenti non sarebbe stato possibile erogare. Recentemente, abbiamo anche pubblicato un altro Rapporto [2] dedicato all’utilizzo della telemedicina in pediatria, settore dove ci vogliono accorgimenti ancora più puntuali e complessi, perché il bambino piccolo, a differenza degli adulti, non è in grado di interagire da solo e deve essere aiutato dal genitore o dal caregiver. Per cui, gli strumenti e le indicazioni per poter eseguire delle prestazioni a distanza ci sono, sono praticabili nell’immediato e con bassi costi, bisogna soltanto progettarne l’avvio e lo svolgimento nella maniera corretta.

Qual è il prossimo passo per mettere tutto a sistema?

Stiamo lavorando con il Ministero e con le Regioni per definire una serie di prestazioni di telemedicina erogabili da subito secondo determinate regole che immagino saranno presto diffuse e rese operative.

Come si potrà superare la resistenza del personale meno avvezzo alle tecnologie?

Si può risolvere con la formazione. Bisogna, però, pensare oggi alla formazione dei medici di domani. Molte volte mi sono espresso in tal senso, osservando come le Università italiane siano indietro su questi aspetti e ancora manchino corsi specifici che riguardano l’interazione uomo-macchina. Qualche Università si è già mossa, ma le Facoltà italiane di Medicina devono fare ancora molto per migliorare l’approccio e l’attitudine del
personale medico verso le tecnologie.

La comunicazione medico-paziente è sicuramente diversa quando parliamo di un controllo effettuato attraverso la televisita. Come si potrà evitare che il distanziamento fisico non faccia venire meno la vicinanza e la collaborazione tra medico e paziente, fondamentali anche per la risposta alla terapia?

La telemedicina non aumenta le distanze medico-paziente, anzi, le accorcia. Tutti i pazienti che hanno fruito dei servizi di telemedicina dai quali abbiamo avuto un feedback, hanno dato un giudizio positivo rispetto alla vicinanza che questo strumento crea tra medico e paziente. Bisogna solo comprendere il ruolo diverso del paziente che non può essere un soggetto passivo. Questo non vuol dire, attenzione, che ci sia la necessità di grandi competenze, la maggior parte delle volte basta premere un bottone per accedere al servizio desiderato. Quasi tutti possono accedere con facilità a queste forme di interazione uomo-macchina che il paziente apprende molto semplicemente. Tra l’altro, la scuola è stata la riprova che la società è pronta per questi cambiamenti, nel giro di tre mesi l’intero mondo della formazione si è abituato a fare lezione a distanza, cosa che prima sembrava impensabile. La stessa cosa vale per il personale sanitario. Le tecnologie sono molto mature, è l’uomo che deve superare le resistenze rispetto alle tecnologie.

Iniziamo allora a fare un po’ di divulgazione: la telemedicina non è solo la televisita, giusto?

Esatto, attenzione a non scambiare la telemedicina con la televisita. La televisita è solo uno dei servizi erogabili, ma non rappresenta il più importante. L’aspetto fondamentale, trasversale a tutti i servizi in cui la telemedicina può essere declinata, è che essa consente al medico e al paziente di scambiare e usufruire, in maniera immediata, di tutta una serie di dati relativi alla condizione fisica e alla patologia della persona con una frequenza e con una facilità che prima delle tecnologie digitali era impensabile. Questo ha dei risvolti fondamentali ed è destinato a cambiare il modo stesso di fare medicina. Ci vogliono, però, delle sperimentazioni cliniche perché i sistemi software si evolvono molto velocemente, ma non è detto che siano utili al paziente e siano efficaci clinicamente. Non basta che l’algoritmo funzioni, va sperimentato sul campo con i metodi della medicina.

[1] Indicazioni ad interim per servizi assistenziali di telemedicina
durante l’emergenza sanitaria COVID-19. Aprile 2020
[2] Indicazioni ad interim per servizi sanitari di telemedicina in
pediatria durante e oltre la pandemia COVID-19. Ottobre 2020

Documenti collegati:

Intervista-Dott.-Gabbrielli_Direttore-del-Centro-Nazionale-per-la-Telemedicina-e-le-Nuove-Tecnologie-Assistenziali-dellIstituto-Superiore-di-Sanità.pdf

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